Il Natale, la voce della Chiesa e questa notte a Betlemme…

Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa si è soffermato anche sulla situazione in Palestina:
“Che dire di questo Paese, sempre in attesa di un futuro di pace che sembra non arrivare mai? La voce del dolore di questo popolo è davvero un grido assordante. Un popolo che ha bisogno di fare esperienza di giustizia, che vuole conoscere la libertà, che è stanco di attendere che gli sia concesso di abitare liberamente e con dignità nella propria terra e nella propria casa, che non vuole vivere solo di permessi, in questo momento necessari per entrare, uscire, lavorare o altro, necessari per vivere. Non di concessioni c’è bisogno, ma di diritti, e di porre fine ad anni di occupazione e di violenze, con tutte le loro drammatiche conseguenze sulla vita di ciascuno e della comunità in generale, creando relazioni nuove in cui regni non la diffidenza ma la fiducia reciproca.”
Stamani, ho letto queste parole sul sito “Vatican news” e sono rimasto proprio sorpreso. Il Patriarca Pizzaballa, bergamasco di nascita, francescano per scelta di vita e figlio di Gerusalemme per adozione, ormai da anni, quotidianamente, usa altre argomentazioni nei suoi discorsi, nei suoi appelli ed anche nelle sue omelie in chiesa. Insomma, come si sul dire, usa un altro linguaggio quando si rivolge al mondo, ma in quel mondo ci sono anche i suoi “parrocchiani” in stragrande maggioranza arabi palestinesi e giordani.

Il conflitto tra palestinesi e israeliani, le sue cause, le sue conseguenze, le sue doverose soluzioni sono stati raccontati raramente da Pizzaballa. Nelle sue rare parole apparivano come fotografie tante volte viste e sulle quali non indugiare più per non cadere nella riproposizione del rancore tra i palestinesi. Le sue parole hanno sempre parlato (anche nell’ultimo Natale) della pace, della ricerca della pace, della dignità della pace, da riconoscere da parte di ciascun individuo. Prima ancora che sia riconosciuta dalla politica, oso aggiungere.
Ascoltate così, le sue parole sono apparse per anni, forse vere, ma curiali, ecumeniche, un “volemose bene” (per dirla alla romana), che però non riusciva a scalfire la mente e il cuore degli uomini, delle donne e dei bambini. Troppo distanti quelle parole dalla sofferenza del vivere quotidiano che veniva ancora una volta ignorata.
Perché tutto ciò, perché quel suo intimistico linguaggio ?
Facile ed insieme difficile rispondere. Pizzaballa ha creduto e crede nella “sua” via alla pace. Pizzaballa, tuttavia, ha scelto sin da quando ha preso la guida dei francescani in Terra Santa e poi la guida del Patriarcato latino di Gerusalemme di mantenere un rapporto rispettoso, se possibile anche cordiale, con le autorità civili e politiche israeliane. Qualcuno, in Israele e in Italia, ha visto in Pizzaballa il normalizzatore della Chiesa di Gerusalemme, per portarla lontana dalla testimonianza di verità, di umana schiettezza e di ecumenismo verso i musulmani del precedente Custode francescano Giovanni Battistelli o del Patriarca Michel Sabbah.
Questi ultimi hanno dato fastidio agli israeliani, ma non hanno mai difeso i propri interessi o quelli dei “propri” fedeli. Hanno parlato in nome di tutti, per la dignità di tutti.
Adesso, nella notte di Natale, a Betlemme, Chiesa di Santa Caterina, adiacente alla Basilica della Natività, è risuonato il racconto del vivere quotidiano dei palestinesi, le loro sofferenze, le loro speranze, l’attesa dei propri diritti.
Quelle parole, il diligente collega di “Vatican news” le ha riportato senza sapere, forse, tutta la novità che il proclamare la verità porta con se.

Un commento su “Il Natale, la voce della Chiesa e questa notte a Betlemme…”

  1. Mi ero perso il report e condivido la tua valutazione
    sull’importanza (anche) politica dell’Omelia di Pizzaballa. Mi intriggerebbe sapere “perché” !

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