Piero Fassino, tutti sanno, è un politico di lungo corso. Un esponente storico della sinistra italiana, in primo luogo in Piemonte e a Torino, dove ha le sue radici. In secondo luogo è stato per decenni un leader a livello nazionale nel vecchio Partito comunista e poi a seguire nei partiti che hanno raccolto quella tradizione politica integrandola con altre tradizioni culturali. In questi lunghi anni Fassino ha avuto sempre uno sguardo politico che è andato ben oltre i cancelli di Mirafiori, ma ha fatto della politica estera un terreno di approfondimento e di incontri. Nel suo curriculum vitae viene ricordato, ad esempio, l’incarico di “special rapporteur” in Birmania (attuale Myanmar) per conto del Consiglio d’Europa.
A me è capitato di incontrarlo, una quindicina di anni fa, in una regione molto più vicina all’Italia, il Medio Oriente. Dove a Gerusalemme io svolgevo il mio ruolo di corrispondente per conto della Rai e l’onorevole Fassino si era recato in una delle sue visite. In quella occasione, aveva chiesto di incontrare i giornalisti italiani presenti a Gerusalemme e a Tel Aviv, in una saletta dell’Hotel King David a Gerusalemme.
Questo incontro mi è tornato in mente, oggi, dopo aver ascoltato l’Onorevole Fassino rivendicare la sua esperienza di decenni in Medio Oriente. Lo ha fatto in Parlamento, in qualità di Presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati. Lo ha fatto aggredendo, verbalmente, la “special rapporteur “dell’Onu sui Diritti Umani nel Territorio Palestinese Occupato, Francesca Albanese, subito dopo la sua audizione in videoconferenza davanti alla Commissione. L’accusa: non aver assunto la posizione di terza parte tra quelle in causa e di aver scelto un’analisi giuridica della situazione.
Torniamo però alla politica, come chiave di analisi del conflitto tra israeliani e palestinesi. In quell’incontro all’albergo King David Piero Fassino ci offrì un riassunto di come il conflitto possa perpetuarsi, anche per l’incapacità dei politici europei di comprendere l’essenza politica, culturale e religiosa dei luoghi che vengono ad attraversare. La perla, indimenticabile, delle sue poche argomentazioni fu che la soluzione del conflitto poteva trovarsi nel riconoscere l’intera città di Gerusalemme agli israeliani e fare di Ramallah la capitale di uno stato palestinese. Ricordo il gelo imbarazzato che scese tra coloro che lo ascoltarono. Poi ci fu il tentativo di spiegare a Fassino che Gerusalemme ha uno spessore storico, culturale e religioso per i palestinesi, gli arabi ed i musulmani tutti che non è lontanamente paragonabile ad una cittadina palestinese, come Ramallah, che per necessità si trova a svolgere una funzione politico amministrativa. Quindici anni fa come oggi, non capire Gerusalemme vuol dire essere incapaci di contribuire ad una soluzione politica del conflitto e nel contempo dare spazio all’aggressività, proprio a Gerusalemme, dei militanti della destra israeliana. Alla faccia, spiace dirlo, della cosiddetta posizione “super partes”.
Non è un caso che i funerali della giornalista palestinese si sono svolti anche a Gerusalemme. Quel corteo funebre, che la polizia israeliana ha cercato selvaggiamente di impedire, entrando all’interno dell’Ospedale cattolico di Saint Joseph, di fronte alla sede distaccata del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme.
Siamo sicuri che Fassino conosca anche quella sede diplomatica, siamo altrettanto certi che la sua conoscenza delle persone e della storia in Medio Oriente debba fare molti altri sforzi di approfondimento.